Mia madre aveva iniziato a dare segni di squilibrio gravi quando avevo all'incirca 15 anni. Ripensandoci, era sempre stata problematica, ma la malattia è venuta fuori soltanto dopo una serie di traumi molto pesanti e devo dire che mia mamma è stata fin troppo forte e molto a lungo, considerato tutto il dolore che ha incontrato nel suo percorso. Oggi sono convinta che, se al tempo in cui ha vissuto quei traumi fosse stata seguita, forse non saremmo arrivati al punto in cui siamo ora. Ma la prevenzione è spesso - lo è stata soprattutto in passato - un'utopia, purtroppo.
L'escalation era stata spaventosa e inesorabile. Come capita a molti, la persona che vive un disagio inizialmente ne attribuisce la causa al partner o ai parenti più prossimi (in parte non nego che molti traumi nel caso di mia madre fossero legati anche a problematiche di coppia, ma questi, purtroppo, inizialmente hanno fatto da schermo al vero problema che si era venuto a creare negli anni: la malattia psichica) e su di lui/lei/loro sfoga tutta la sua rabbia, che invece ha radici più profonde. Credo sia un meccanismo inconscio di autodifesa, lo stesso che spesso riscontriamo anche nei familiari della persona malata che non 'vedono' o 'non vogliono vedere' la malattia. Questo stato di negazione è uno dei maggiori ostacoli alla guarigione e al recupero. E' il nodo fondamentale che vorrei qui mettere in evidenza.
Empaticamente mi metto nei panni di mia madre e di coloro che sviluppano la malattia. E' un trauma ENORME dover fare i conti con il fatto che la propria mente non funziona più come prima e credo sia un dolore paragonabile a un lutto. E' la perdita di una parte di sé, del controllo sulla propria vita, sulle proprie emozioni. Credo che quindi si debba rivedere anche il modo in cui questa prima fase che porta dalla negazione all'accettazione e alla consapevolezza, che può purtroppo durare anche decenni, viene presa in carico. La persona che soffre, così come i suoi familiari, vanno presi per mano in un percorso difficile, irto di ostacoli ma non impossibile, che li porti verso una consapevolezza di malattia e mostri loro concrete prospettive di un recupero del tenore di vita, che sarà con molta probabilità diverso, ma non per questo meno dignitoso.
Nessun paziente psichiatrico e nessun familiare dovrebbe essere lasciato solo a scontrarsi con una malattia così subdola e spaventosa. Perché uscirne si può, anche se per anni ci sentiamo spesso ripetere che è impossibile. Ovviamente, ci tengo a ribadirlo, non si può generalizzare dato che ogni caso è a sé, ma è importante, se ve ne sono, mettere in luce anche i casi con risoluzione positiva, ricordando sempre e comunque che l'equilibrio è una conquista quotidiana e ci si muove su un terreno assai sdruccioloso. Vorrei ringraziare a questo proposito tutte quelle persone bipolari che hanno reso pubblica la loro acquisita consapevolezza di malattia attraverso il proprio blog. E' grazie a queste persone preziose se io, durante l'ultima crisi maniacale di mia madre, non ho gettato la spugna e ho tentato il tutto per tutto. Nel mio percorso, purtroppo, mi era sempre stato fatto credere che mia madre non avrebbe mai potuto rendersi conto del suo stato mentale, che la psicosi non si cura, si può solo tenere a bada con i farmaci, ma che la consapevolezza per pazienti come lei è impossibile. Quando mi sono trovata a leggere le testimonianze di pazienti bipolari consapevoli mi sono detta: perché loro sì e mia madre no? Cosa è mancato? Cosa è andato storto? Se ce l'hanno fatta loro, potrà farcela anche mia mamma! E così, durante l'ultimo ricovero avvenuto in seguito a un doloroso - per lei e per mio padre e me - TSO, approfittando del fatto che lei si trovasse in un ambiente protetto e con la malattia tenuta a bada dai farmaci, le ho parlato a viso aperto, ogni giorno un po' di più. Lì potevo farlo. Lei poteva arrabbiarsi, cambiare discorso, rifiutarsi di ascoltarmi, ma non poteva farmi del male, non poteva più sottomettermi, come a casa.
Le ho parlato con il cuore in mano, giorno dopo giorno, dopo giorno. Avevo paura, ma sentivo che era la mia ultima occasione. Non avrei più avuto la forza per reggere una nuova crisi... non volevo più vivere nel terrore e nell'angoscia. E non volevo rimorsi. Scappare senza voltarmi indietro non avevo - non ancora - voluto farlo, anche se sapevo che se questa occasione fosse andata perduta, sarebbe stato inevitabile. Avevo già dato più di quanto avessi da dare, a rischio della mia stessa vita. E così, per i circa due mesi in cui mamma è stata ricoverata ho seminato, prima lentamente, poi con sempre più convinzione, parlandole in modo diretto, empatico ma deciso, e dando finalmente un nome alla sua malattia. Lei mi ha confessato che era la prima volta che sentiva quella parola. Non stento a crederlo. Andando a rileggere tutte le vecchie cartelle cliniche che ero riuscita in quei giorni frenetici a recuperare non ho trovato traccia di un percorso psicologico abbinato ai farmaci. Niente. C'era sempre scritto: la paziente rifiuta di parlare dell'aspetto psicologico della sua malattia. E chi l'ha avuta in carico passava semplicemente OLTRE. Fortunatamente ci sono anche medici che hanno un diverso approccio, ma non sempre si ha la fortuna di incontrarli. Così non è stato per mia madre, per molti anni.
Io non sono un medico psichiatra e non intendo assolutamente sostituirmi a chi ha studiato per anni una branca della medicina molto complessa e delicata, ancora fitta di misteri, per molti versi, ma da figlia e da potenziale possibile paziente (e con questo intendo dire che potrebbe capitare a ognuno di noi e che è fondamentale non dimenticarlo affinché le cose migliorino sempre di più in questo campo) mi sono chiesta quante inutili sofferenze e rischi concreti ci sarebbero stati risparmiati se al tempo - come oggi è emerso da molti studi sull'argomento - si fossero unite la terapia farmacologica e un percorso psicologico che aiutasse paziente e familiari a prendere consapevolezza e ad accettare la malattia e le sue conseguenze, in modo da poterci convivere al meglio e collaborare, insieme, al benessere della persona e di tutto il nucleo familiare.
Mio padre, poco dopo l'uscita di mia madre dalla clinica anni fa, a causa dei problemi anche di ordine economico e pratico che si era trovato a dover affrontare da solo (la malattia aveva portato mia madre a chiedere e ottenere la separazione in tribunale, con l'affidamento mio a lei, dato che riusciva a nascondere molto bene la malattia all'esterno), uniti alla preoccupazione per me, sola in casa con una madre in stato di delirio, alla solitudine e all'isolamento in cui spesso famiglie con questo tipo di gravi problematiche piombano inesorabilmente, ha poi iniziato a soffrire anche lui di depressione. Ho rischiato di perderlo, se solo non fossi rientrata a casa sua in tempo, spinta da un forte istinto che in me gridava di affrettarmi. Anche in questo caso una prevenzione, un sostegno mirato, avrebbero evitato l'ennesimo - sfiorato - trauma. In tutto questo non c'è stato nessuno che abbia mai pensato di prendermi da una parte, parlare con me, spiegarmi, assistermi. Niente. Ho dovuto fare da sola. O con l'aiuto di persone vicine alla famiglia, ma senza alcuna competenza specifica. Non esiste - a quanto ne so io - nel nostro paese una specializzazione in questo senso.
Si deve, non mi stancherò mai di dirlo, cominciare a tener conto del fatto che i pazienti psichiatrici hanno dei figli, molto spesso. Mettiamo il caso che una persona che si trova in grave stato di delirio in mezzo alla strada venga ricoverata d'urgenza. Nessuno pensa che questa persona possa avere dei figli anche piccoli che restano improvvisamente soli. Io sono stata, per così dire, fortunata. Ero già adolescente e in grado di badare, per quanto possibile, a me stessa. Se avessi avuto cinque anni? Come avrei potuto fare? E sono tanti invece coloro che, meno fortunati di me, si sono trovati in circostanze gravi sin dalla tenera età. Per questo, sull'esempio di associazioni nate all'estero ad opera di figlie, oggi adulte, di pazienti psichiatrici, credo sia assolutamente innegabile l'urgenza di dare il mio contributo, per quanto mi è possibile, per seminare consapevolezza e squarciare questo velo di invisibilità in cui siamo lasciati da tanto, troppo tempo.
Oggi mia mamma assume di nuovo le medicine e fra noi possiamo parlare della malattia apertamente, per la prima volta dopo 16 anni, anche se condivido e rispetto la sua scelta di non parlarne al di fuori della famiglia, comprendo il fatto che ne provi vergogna e imbarazzo e cerco, per quanto possibile, di rassicurarla. Non mi illudo che duri in eterno questo nostro nuovo equilibrio raggiunto e non nego che tuttora persistono problemi di cui dobbiamo tenere conto, essendo io l'unica persona che si può prendere cura di lei, ma questo è il segnale che il LIETO FINE si può scrivere, ma solo se tutti i protagonisti della storia sono messi nelle condizioni di fare la propria parte. Le famiglie, da sole, non ce la possono fare. E se questo blog può servire, nel suo piccolo, a piantare dei piccoli semi di consapevolezza, sono felice di averlo aperto. E spero di avere la forza di portarlo avanti. Questa sofferenza non sarà stata inutile se, passando di qua, un figlio o una figlia, un marito, un padre, una madre si sentiranno meno soli e potranno ritrovare la speranza di potercela fare e il conforto di sapere che non sono gli unici, che ciò che provano (rabbia, sensi di colpa, disperazione) è comune a tutti coloro che vivono o hanno vissuto questo dramma.
Ringrazio di cuore, una volta ancora, tutti coloro che mi hanno scritto, in pubblico o in privato. Voi mi date la forza di continuare.
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venerdì 25 novembre 2011
domenica 24 luglio 2011
Amy Winehouse E Il Disturbo Bipolare
[English Translation included]
Nelle ultime 24 ore i media mondiali stanno parlando della tragica morte di Amy Winehouse. Ho scavato nella sua vita ed eccola lì: la depressione maniacale, anche conosciuta come disturbo bipolare, unita a dipendenza da alcol e droghe (fortunatamente non comune a tutti i bipolari). Questo articolo sul comico inglese Stephen Fry contiene anche alcune righe sulla talentuosa cantante soul, oltre a un'interessante riflessione sull'importanza di una diagnosi tempestiva e di un intervento efficace che unisca terapia psicologica e farmacologica, che insieme possono evitare il rifiuto e l'abbandono delle cure e, di conseguenza, il rischio di suicidio.
http://www.independent.co.uk/life-style/health-and-families/health-news/stephen-fry-my-battle-with-mental-illness-416386.html
"La malattia, precedentemente conosciuta come depressione maniacale, colpisce centinaia di migliaia di persone nel Regno Unito. Nonostante possa essere gestita con successo grazie a farmaci e terapie psicologiche, il 15% dei malati, circa 2000 persone all'anno - si suicida. I medici stimano che una persona su 100 soffra di disturbo bipolare, ma alcuni ricercatori ritengono che il numero esatto possa essere molto più alto. Gli attivisti dicono che soltanto la metà circa dei pazienti ha realmente ricevuto una diagnosi e, in media, per arrivare a una diagnosi possono occorrere otto anni.
Questo ritardo può costare delle vite, dice Michelle Rowett, direttore generale di MDF The Bipolar Organisation, ente di beneficienza gestito dagli utenti. "Il bipolarismo ha il più alto tasso di suicidi di tutte le malattie mentali", dice. "Perciò le persone che non vengono curate tempestivamente rischiano la vita".
Il disturbo costa al paese due miliardi di sterline all'anno e il National Institute for Clinical Excellence (Nice) di recente ha pubblicato le sue prime linee guida in merito. Il Nice dice che occorrono almeno trenta milioni per aiutare i bipolari principalmente attraverso la somministrazione di terapie psicologiche.
Al momento attuale, la maggior parte dei malati non riceve cure ottimali, soltanto il 5% riceve terapie psicologiche e soltanto un terzo dei pazienti riconosciuti è sottoposto a un controllo annuale del loro stato di salute".
***
In the past 24 hours world media are talking about Amy Winehouse's tragic death. I've digged inside her life and there it is: manic-depression, a.k.a. bipolar disorder, plus alcohol and drug addiction (not common to all bipolar, fortunately). This article about british comedian Stephen Fry also contains a few lines about the talented soul singer, along with interesting considerations about the importance of an early diagnosis and an effective intervention combining medications and psychological therapies who, together, can avoid treatment refusal and abandonment and, as a consequence, the risk of suicide.
http://www.independent.co.uk/life-style/health-and-families/health-news/stephen-fry-my-battle-with-mental-illness-416386.html
"The illness, formerly known as manic depression, affects hundreds of thousands of people in the UK. Although it can be managed successfully with drug and psychological therapies, 15 per cent of sufferers - about 2,000 people a year - kill themselves. Doctors estimate that one in 100 have bipolar disorder, but some researchers think the true figure could be far higher. Campaigners say only about half of sufferers are actually diagnosed and, on average, this can take eight years.
The delay could be costing lives, says Michelle Rowett, chief executive of MDF The BiPolar Organisation, a user-led charity. "Bipolar has the highest suicide rate out of all mental illnesses," she says. "So people not treated soon enough are having their lives put at risk."
The disorder costs the country £2bn a year and the National Institute for Clinical Excellence (Nice) recently released its first guidelines on it. Nice says at least £30m is needed to help people who are bipolar, mainly through provision of psychological therapies.
At present, most sufferers do not receive optimal care, only 5 per cent have psychological therapy and just a third of known sufferers have a yearly check of their state of mind."
Vi segnalo un documentario della BBC sulla depressione maniacale, oggi nota come disturbo bipolare, che vede protagonista lo stesso Stephen Fry: Stephen Fry - The Secret Life Of A Manic Depressive. E' diviso in più parti, questa è la prima.
I report you a BBC documentary about manic depression, actually known as bipolar disorder, starring Stephen Fry: Stephen Fry - The Secret Life Of A Manic Depressive. It's divided in parts, this is the first one.
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