venerdì 27 aprile 2012

Famiglie Da Legare - Quando Il Teatro Parla Di Noi!



"Legare non vuol dire solo imprigionare ma anche unire", ed è proprio questo l'intento del monologo di Silvia Nanni, attrice e drammaturga premiata dall'Ente Teatrale Italiano. Con talento e con coraggio Silvia porta in scena il mondo che ruota attorno al malato mentale, quel mondo troppo spesso invisibile che vive nell'ombra l'inferno dell'impotenza, dello stigma e della vergogna che portano in molti casi alla disperazione. 

"Famiglie Da Legare" sono più storie intrecciate portate avanti con abilità e duttilità dalla stessa Nanni che, sola in scena, riesce a regalare al pubblico risate e riflessioni, coinvolgendo gli spettatori e portandoli dentro alla storia toccante di una figlia, Rita, e di suo padre, malato di mente cronico. Inutile dire che in questa figlia e nella sua vicenda mi sono rispecchiata in pieno. Ed è la prima volta che mi sento rappresentata così bene, in un vissuto che solo da pochi anni ho trovato il coraggio di raccontare e, attraverso il racconto, cominciare ad elaborare per passare dalla solitudine e dall'angoscia all'azione. Sono felice che la rete stia aiutando noi famiglie a "legare", per alzare finalmente la testa e con dignità gridare che ci siamo anche noi e anche noi abbiamo bisogno di aiuto! 

Grazie Silvia! E spero davvero che sempre più teatri, piazze, scuole vogliano ospitare il tuo spettacolo.




‎"Ma Rita, chi te lo fa fare? Ma perché fare tutta 'sta fatica?"
"E' mio padre. Se non lo faccio io... chi lo fa?" 


Lo spettacolo teatrale "Famiglie da Legare" di Silvia Nanni sarà in scena DOMENICA 6 MAGGIO 2012 a PEDAVENA (BL). Invito tutti coloro che ne avranno la possibilità a partecipare numerosi e a fare passaparola!


Siete un teatro, un comune o una scuola interessati ad ospitare "Famiglie da Legare"? Potete contattare l'autrice direttamente dal sito dell'associazione Onda R, cliccando qui.

Trailer dello spettacolo:



Intervista all'autrice e protagonista:



Sinossi:



“El mato fa rider in piaza e pianzer in casa” dice un proverbio veneto.

Un matto per strada prima o poi lo incontrano tutti. Ma chi sa com’è la sua casa, come vive la sua famiglia? Cosa può succedere se la figlia di un malato di mente cronico si ritrova di fronte all’ennesima “falsa partenza”? Può accadere che, in preda al panico e alla disperazione accumulata negli anni, sfidi la psichiatra del Centro di Salute Mentale che ha in cura il padre.

E' questo lo spunto intorno al quale ruota "Famiglie da legare", monologo agrodolce scritto dalla stessa Nanni, in collaborazione con Rudj Maria Todaro,che affronta un tema delicato e assolutamente attuale come l’assistenza ai malati mentali.

Una volta, per legge, l’individuo che era pericoloso a sé e/o agli altri o dava pubblico scandalo veniva classificato come matto e tenuto, anche con la forza, in manicomio. Dal 1978, con la legge Basaglia quei matti e quei manicomi non esistono più. Ma la malattia mentale non è scomparsa.




Secondo il rapporto 2001 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità “una persona su quattro è o sarà affetta da un qualche disturbo mentale nel corso della sua vita. In tutti i paesi e le società, tra i ricchi come tra i poveri, nella popolazione rurale e in quella urbana.” Nel racconto di Gordon, restauratrice di affreschi tenera e vitale, si incrociano i destini di quattro donne, che pur essendo molto diverse tra loro per provenienza, carattere ed estrazione sociale, si troveranno a vivere l’esperienza comune della malattia mentale.

Ogni giorno, tante storie simili scorrono parallele, ignote le une alle altre, eppure vicine, vicinissime. Raccontare una di queste storie può rompere il silenzio che separa le famiglie tra loro e verso l’esterno. Può servire a comunicare, aiutarsi, stringere legami.

“Famiglie da legare” vuole raccontare questa realtà.
Perché legare non vuol dire solo imprigionare ma anche unire.


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giovedì 19 aprile 2012

Caratteristiche degli Adulti Provenienti da Famiglie Patologiche

Lo stress post-traumatico può verificarsi acutamente (subito dopo il trauma)
o avere un'insorgenza ritardata, a distanza di mesi.
[Fonte: http://parentingteens.com/blog/category/ptsd]
"Traits of Adults from Pathological Families"
"Caratteristiche degli Adulti Provenienti da Famiglie Patologiche"

Vorrei condividere con voi questo articolo. Anche se non amo molto le generalizzazioni e non mi ritrovo in alcuni punti di questo scritto, vi ho trovato molti passaggi davvero illuminanti che possono esserci d'aiuto nel comprendere meglio chi siamo e perché, ma soprattutto possono essere un buon punto di (ri)partenza per capire cosa possiamo fare in futuro per cominciare a stare meglio.
L'articolo è stato originariamente pubblicato in inglese da Catherine Geudens nel gruppo "Daughters of Narcissistic Mothers" (Figlie di Madri Narcisistiche). Qui la versione originale affiancata da una mia traduzione in italiano. Spero possa esservi utile.

1. Adults from pathological families guess at what normal behavior is.
1. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche 'cercano di indovinare' quale sia il comportamento normale.

2. Adults from pathological families have difficulty following a project through from  beginning to end.
2. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno difficoltà a seguire un progetto dall'inizio alla fine.

3. Adults from pathological families lie when it would be just as easy to tell the truth They lie out of self preservation and usually about their feelings.
3. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche mentono anche quando sarebbe più semplice dire la verità. Mentono per salvaguardarsi e di solito sui loro sentimenti.

4. Children in abusive families develop a fear of making mistakes or being “invisible."
They walk on eggs in fear of results of doing something wrong.  They have difficulty relaxing because of the hyper-vigilance of “being safe.”  
4. I figli di famiglie disfunzionali sviluppano la paura di sbagliare o di essere 'invisibili'. Camminano su cristalli di vetro per paura di fare qualcosa di sbagliato. Hanno difficoltà a rilassarsi a causa del senso di iper-allerta che serve loro per 'sentirsi al sicuro'.

5. Adults from pathological families judge themselves without mercy.
5. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche si giudicano senza pietà.

6. Adults from pathological families tend to be overly sensitive because of brain structural changes (cingulate gyrus and amygdala) from the trauma.  Many children of pathological parents are Empaths.
6. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno la tendenza ad essere troppo sensibili a causa di cambiamenti strutturali del cervello (cingulate gyrus e amidgala) provocati dal trauma. Molti figli di genitori patologici sono Empatici.

7. Because of frequently emotionally destructive enmeshments in the abusive family, they develop “roles” that furthers the enmeshment and loss of self. The roles of “hero,” “scapegoat,” “lost child,” or “clown” creates an image to maintain. Thus there is loss of being one’s real self. They fear getting close to others for fear of abandonment.
(Terminal uniqueness is the disease were one feels that “certainly no one is going to understand my behavior or problems.)
7. A causa dei frequenti coinvolgimenti emozionalmente distruttivi nella famiglia disfunzionale sviluppano ruoli che aumentano il coinvolgimento e la perdita del sé. I ruoli di 'eroe', 'capro espiatorio', 'bambino perduto' o 'clown' creano un'immagine da mantenere. Da ciò deriva la perdita del proprio vero sé. Temono di avvicinarsi agli altri a causa della paura dell'abbandono. ('terminal uniqueness'-'unicità terminale' è il disturbo in cui si sente che 'di sicuro nessuno potrà mai capire i miei comportamenti o problemi').

8. Adults from pathological families overreact to changes which they have no control.
8. Adulti provenienti da famiglie patologiche reagiscono in modo esagerato a cambiamenti sui quali non hanno controllo.

9. Adults from pathological families constantly seek approval and affirmation.
9. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche cercano costantemente approvazione e conferme.

10. Adults from pathological families usually feel that they are different from other
people.
10. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche di solito si sentono diversi dalle altre persone.

11. Adults from pathological families are super responsible or super irresponsible and
 sometimes both.
They become hyper vigilant in response to their chaotic environment, again believing that their actions determine the behaviors of others. Children, who have an inordinate sense of self, feel that they are responsible for what goes on around them. Sometimes they give up an responsibility because nothing they do will ever be good enough. They often develop patterns in early childhood of trying to gain self-esteem from the outside world, seeking applause in place of love (overachievement), sometimes giving up and isolating, getting ill, beginning their own substance abuse patterns or "dropping out" (underachievement).
11. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche sono o estremamente responsabili o estremamente irresponsabili e alcune volte entrambe le cose.
Diventano iper-vigili in risposta all'ambiente caotico che li circonda, credendo una volta ancora che le loro azioni determinino il comportamento degli altri. I bambini, che hanno un eccessivo senso del sé, sentono di essere responsabili per ciò che accade attorno a loro. A volte rinunciano alle responsabilità perché sentono che niente che loro possono fare sarà mai abbastanza. Spesso sviluppano schemi di comportamento nella prima infanzia per cercare di guadagnare autostima dal mondo esterno, cercando applausi invece di amore (successi), oppure arrendendosi e isolandosi, ammalandosi, sviluppando dipendenze da sostanze o emarginandosi (fallimenti). 

12. Adults from pathological families are extremely loyal even in the face of evidence that  loyalty is undeserved.
12. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche sono estremamente leali anche quando è evidente che la lealtà non è meritata.

13. Adults from pathological families are impulsive
 They tend to lock themselves into a course of action without giving serious consideration to alternative behaviors or possible  consequences. This impulsivity leads to confusion, self-hatred, and loss of control over their environment. In addition, they spend an excessive amount of energy cleaning up the mess.   Because of the turmoil and unpredictability in their early lives and subsequent survival roles  developed, they frequently find themselves more comfortable with chaos than with quiet times.  Keeping the chaos going or involving themselves in professions where turmoil exists, frequently staves off unresolved grief of the past.
13. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche sono impulsivi.
Tendono a seguire ostinatamente una linea d'azione senza prendere seriamente in considerazione comportamenti alternativi o possibili conseguenze. Questa impulsività porta a confusione, odio per se stessi e perdita del controllo sull'ambiente che li circonda. Inoltre spendono una quantità eccessiva di energia per rimettere ordine al caos. A causa del disordine e dell'imprevedibilità presenti nei loro primi anni di vita e del conseguente ruolo di sopravvissuti che hanno sviluppato, spesso si sentono più a loro agio con il caos che con la tranquillità. Mantenere il caos o lasciarsi coinvolgere da professioni dove sussiste il caos di solito allontana il dolore irrisolto del passato.

14. Adults from pathological families develop patterns of placation, seek approval, or isolate when faced with conflict because of fears of destructive anger or threat of violence  experienced in childhood and also because of fear of their own unexpressed rage.
 14. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche sviluppano schemi di comportamento da 'pacificatori', cercano l'approvazione o si isolano in caso di conflitto per paura della rabbia distruttiva o delle minacce di violenza subite durante l'infanzia e anche per paura della propria stessa rabbia repressa.

15. Adults from pathological families often grew up in family systems that were  unpredictable and unresponsive to the needs of children. Children grew up trusting themselves more than others in terms of self-care.
 Sometimes addictive behavior results from this “self-trust” and “self-care.”
15. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche spesso sono cresciuti in nuclei familiari imprevedibili e non in grado di rispondere ai bisogni dei figli. I bambini sono cresciuti fidandosi più di se stessi che degli altri in termini di self-care.
A volte comportamenti tendenti alla dipendenza derivano da questo 'affidarsi a se stessi' e 'prendersi cura di se stessi da soli'.

 16. Adults from pathological families often grow up with a sense of total helplessness or a total sense of togetherness.  Frequently these children gain control in their lives by believing that they cause the responses and behaviors of others. They may feel the victims feelings and try  to rescue one parent from the other. This creates both a sense of helplessness as well as an  inordinate sense of control over their environment. Example: “It’s my fault that mom and dad  drink. If I was only better..."
16. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche spesso crescono con un senso di impotenza assoluta o un assoluto senso di solidarietà.
Spesso questi bambini acquisiscono controllo sulle loro vite ritenendo di causare le risposte e i comportamenti degli altri. Possono empatizzare con la 'vittima' e tentare di salvare un genitore dall'altro. Ciò provoca in loro sia un senso di impotenza, sia un esagerato senso di controllo sull'ambiente che li circonda. Esempio: "E' colpa mia se mamma e papà bevono. Se solo mi comportassi meglio...".

17. Adults from pathological families develop the attitude early in life that I have no
 needs; I can do it myself, thank you.
When needs are repeatedly not met or parents "aren’t there" emotionally or physically, children learn to stop needing and in fact fear times of normal  dependency.
17. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche sviluppano molto presto nella vita l'atteggiamento del "non ho bisogno di niente, ce la faccio da solo, grazie."
Quando i bisogni sono ripetutamente non accolti o i genitori 'non ci sono' emozionalmente o fisicamente, i bambini imparano a smettere di avere bisogni e in realtà temono i momenti di normale dipendenza.

18. Adults from pathological families need to be in control.
Fearing normal feelings leads to compulsive needs to control and live life as Sharon Wegsheider-Cruse states, "in a constant rehearsal for living.” 
18. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno bisogno di avere il controllo.
Temere emozioni normali porta a bisogni compulsivi di controllo e a vivere la vita "in un costante stato di prove generali", come afferma Sharon Wegsheider-Cruse.

19. Adults from pathological families have difficulty hearing the positives.
Because of poor self images developed in childhood, they discount positive feedback from others. These children are constantly self-diagnosing "I have BPD" or "I'm an N too" is common.
19. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno difficoltà a ricevere complimenti.
A causa della brutta immagine di sé sviluppata durante l'infanzia, sminuiscono i commenti positivi ricevuti dagli altri. Questi bambini/figli si autoanalizzano costantemente. Frasi come "Ho il disturbo bipolare" o "sono un Narcisista anch'io", sono comuni.

20. Adults from pathological families live in a black and white world.
They have a sense of distrust for those complimenting them, or feel a deep feeling of pain or loss upon  hearing positive things about themselves.
 It is as if the dysfunction kills all the grey cells in the brain, leaving on the black and white. Rigidity and black and white thinking is learned from their parents.
20. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche vivono in un mondo in bianco e nero.
Hanno un senso di sfiducia verso coloro che fanno loro dei complimenti o provano un profondo senso di dolore o perdita nell'ascoltare cose positive su se stessi. E' come se la disfunzione uccida tutte le cellule grigie nel cervello, lasciando accesi il bianco e il nero. La rigidità e il modo di ragionare in "bianco e nero" sono stati appresi dai genitori.

21. Adults from pathological families have poor self images and struggle with self worth
21. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno una brutta immagine di sé e hanno problemi di autostima.

22. Adults from pathological families have compulsive behaviors and/or addiction.
Often in attempts to continue delayed grief and pain from the past, they compulsively work, spend money, eat, exercise, sex, gamble, become addicted to relationships, or behave in other
compulsive ways. Sadly, many adult children begin their own patterns of compulsive drinking or
drug use.
22. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno comportamenti compulsivi e/o dipendenze.
Spesso, nel tentativo di allontanare il dolore del passato, lavorano compulsivamente, spendono compulsivamente, mangiano compulsivamente, fanno esercizio fisico compulsivamente, fanno sesso compulsivamente, scomettono compulsivamente, diventano dipendenti nelle relazioni o mettono in atto altri comportamenti compulsivi. Purtroppo molti figli adulti sviluppano anche loro dipendenza da alcol e droghe.

23. Adults from pathological families have a compulsive need to be right.
Life is thought in terms of “right” and “wrong.” Often the need to be always correct, appropriate, and "right" replaces an original desire to be loved.
23. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno un bisogno compulsivo di avere ragione.
La vita è pensata in termini di "giusto" e "sbagliato". Spesso il bisogno di essere sempre corretti, appropriati e "giusti" sostituisce il desiderio iniziale di essere amati.

24. Adults from pathological families suffer from denial.
It used to be thought that only the abuser(s) was in denial. What is realized today is that all members of the family suffer from denial. Denial is about unawareness. While being “unaware” protects them from the pain, it also keep the dysfunction going. 
24. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche soffrono di negazione.
Si pensava che soltanto l'abusante fosse in negazione. Oggi si è compreso che tutti i membri della famiglia soffrono di negazione. La negazione riguarda l'inconsapevolezza. Se è vero che essere inconsapevoli protegge le persone dal dolore, è anche vero che permette alla disfunzione di continuare.

25. Adults from pathological families have a fear of feeling.
Expressing feelings or allowing feelings often was not safe or comfortable in a pathological family. Children often were  only allowed particular feelings –“happy,” “fine,” etc. If other feelings are expressed, they risked abandonment or angry outbursts from parents. Because they learned to numb out feelings in early childhood, they have lost the ability to feel or express emotion. Frequently good feelings, such as excitement, joy and happiness are sacrificed as well as feelings of anger or sadness.
Some can cry but never allow feelings of anger, others can allow anger but never risk tears.
25. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno paura delle emozioni.
Esprimere emozioni o concedersi emozioni spesso non era sicuro o adeguato in una famiglia patologica. Ai bambini era spesso concesso solo di provare determinate emozioni - "essere felici", "stare bene", ecc. Se venivano espresse altre emozioni, rischiavano l'abbandono o scoppi d'ira da parte dei genitori. Poiché hanno imparato a congelare le emozioni durante la prima infanzia, hanno perso l'abilità di provare o esprimere emozioni. Spesso emozioni positive, come l'entusiasmo, la gioia e la felicità sono sacrificate, così come la rabbia o la tristezza. Alcuni riescono a piangere ma non esprimono mai la rabbia, altri riescono a esternare la rabbia, ma non si lasciano mai andare alle lacrime.

26. Adults from pathological families have frequent periods of depression.
DEPRESSION.
Anger that is repressed can make us depressed and frequently all feelings of anger are turned against the child inside. Some show signs of depression in early childhood, difficulty sleeping,  over or under-eating, nightmares, shoplifting, sleepwalking, difficulty in school, etc. and have clinical depression, PTSD and or C-PTSD as well as delayed grief.
26. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno frequenti periodi di depressione.
DEPRESSIONE.
La rabbia repressa può renderci depressi e spesso tutte le emozioni legate alla rabbia sono rivolte al bambino interiore. Alcuni mostrano segni di depressione durante la prima infanzia, attraverso disturbi del sonno, disturbi dell'alimentazione (mangiare troppo o troppo poco), incubi, taccheggio, nottambulismo, difficoltà a scuola, ecc. e soffrono di depressione clinica, PTSD (disturbo post traumatico da stress) o C-PTSD (disturbo post traumatico da stress complesso), così come di un senso di perdita ritardato.

27. Adults from pathological families have a fear of being their real self.
If a person feels that "I’m fooling YOU," because children from dysfunctional families early on learn to please and relate to the world with acceptable images rather than true selves. There tends to be a felt discrepancy between what is felt inside and what is shown outside, thus leading to a belief that "if others really knew me, they wouldn’t like me.”
27. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno paura di essere davvero se stessi.
Se una persona pensa "ti sto imbrogliando", è perché i bambini/figli di famiglie disfunzionali imparano presto a compiacere e a rapportarsi al mondo con immagini accettabili piuttosto che con il loro vero sé. Tende ad esserci una consapevole discrepanza tra ciò che si prova dentro e ciò che si mostra all'esterno, portando così a credere che "non piacerei agli altri, se mi conoscessero davvero".

28. Adults from pathological families are hypersensitive to the needs of others.
Survival in a dysfunctional family frequently meant being constantly aware of the most minor shifts in moods of adults leading the child to be far more aware of what others were doing and feeling than what was being felt inside.
28. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche sono iper-sensibili rispetto ai bisogni degli altri.
Sopravvivere in una famiglia disfunzionale ha spesso significato essere constantemente attenti al minimo cambiamento dell'umore degli adulti, portando il bambino a essere molto più consapevole di ciò che gli altri facevano e sentivano piuttosto che di ciò che sentiva dentro.

29. Adults from pathological families have repetitive relationship patterns in their adult lives.
Internal beliefs and filters lead them to pick spouses and friends that replicate the childhood interactions with parents. They frequently they find themselves recreating the painful experiences of their childhood. Why? They are drawn to what is familiar and to what is known.  There is a sense of need to overcoming, “trying to get my father to not drink or to love me.” So,  they pick an alcoholic to marry. Children from healthy families work out childhood traumas in  the playroom while children from dysfunctional families find themselves working out painful  traumas of the past in real life.  (google "REPETITION COMPULSION")
29. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche mettono in atto schemi di relazione ripetitivi nelle loro vite adulte.
Credenze interiori e filtri li portano ad andarsi a pescare coniugi e amici che replicano le interazioni che da bambini avevano coi genitori. Spesso si ritrovano a ricreare le esperienze dolorose dell'infanzia. Perché? Vengono spinti verso ciò che è loro familiare e verso ciò che conoscono. C'è il bisogno di superare un problema, "cercando di far sì che mio padre smetta di bere o mi ami". Così vanno a pescarsi un alcolizzato da sposare. Figli di famiglie sane elaborano i traumi infantili nella stanza dei giochi, mentre i figli di famiglie disfunzionali si ritrovano a elaborare traumi dolorosi del passato nella vita reale ("compulsione alla ripetizione").

30. Adults from pathological families have an inability to relax, let go and have fun.
While other children were busy learning to relate, compete, play and develop social skills, children of  dysfunctional families were learning the tough lessons of survival. Living becomes more  difficult than continued survival and playing or having fun becomes terrifyingly stressful. The child inside is terrified still of making a mistake or doing it wrong. Letting go means being out of control.
30. Gli adulti provenienti da famiglie patologiche hanno un'incapacità di rilassarsi, lasciarsi andare e divertirsi.
Mentre gli altri bambini erano occupati a imparare a relazionarsi, competere, giocare e sviluppare abilità sociali, i figli di famiglie disfunzionali stavano apprendendo le dure lezioni della sopravvivenza. Vivere diventa più difficile di una sopravvivenza continua e giocare o divertirsi diventa terribilmente stressante. Il bambino interiore è immobile per il terrore di commettere un errore o agire nel modo sbagliato. Lasciarsi andare significa perdere il controllo.

[...]


"How Survivors Define PTSD"
"Come i Sopravvissuti Definiscono il Disturbo Post Traumatico Da Stress (DPTS)"

People who struggle with PTSD know best what it's like to live PTSD from the inside out. In their own words, here's how survivors explain it (not all of these need to be true for you to have PTSD!):
I am unable to accept and process what has happened.
Le persone che combattono con il DPTS sanno bene cosa vuol dire convivere con il DPTS. A parole loro, ecco come i sopravvissuti lo spiegano (non tutto deve necessariamente verificarsi perché tu abbia il DPTS!):
Non riesco ad accettare ed elaborare ciò che è accaduto.

PTSD is all about being STUCK. Stuck in the moment of horror, unable to move past it. The feeling is very much like being trapped in a nightmare, unable to wake up; or like a computer that's 'frozen' and incapable of functioning.
Il DPTS è essere BLOCCATI. Bloccati al momento del terrore, incapaci di andare avanti. La sensazione è molto simile a quella di essere intrappolati in un incubo, incapaci di svegliarsi. Si è come un computer 'impallato' e non in grado di funzionare.

A 'fracture' in your experience of life, caused by a traumatic event. This fracture is caused in your mind, by you (and no one else). It's a response for attempting to cope with what happened. But unfortunately, its an ill-informed response. And its one that makes you feel like something is being done 'to you' instead of whats really going on, which is that your own mind is causing you to re-live your trauma over and over again.
E' una 'frattura' nella tua esperienza di vita, causata da un evento traumatico. Questa frattura è causata nella tua mente da te (e nessun altro). E' una risposta per tentare di superare quanto è accaduto, ma sfortunatamente è una risposta alterata che ti dà l'impressione che stiano facendo qualcosa 'contro di te' invece di farti percepire ciò che sta davvero accadendo, e cioè che è la tua stessa mente a farti rivivere il trauma ancora e ancora.

A sense of being STUCK in the trauma, like being in a nightmare and unable to wake up.
E' la sensazione di essere BLOCCATI nel trauma, come trovarsi in un incubo senza riuscire a svegliarsi.

Feeling physically and emotionally exhausted, depleted by trauma.
E' sentirsi fisicamente ed emotivamente esausti, esauriti dal trauma.

Easily overwhelmed by life, often unable to function, even at performing simple tasks, like a bogged-down or 'frozen' computer.
Si è facilmente sopraffatti dalla vita, spesso incapaci di funzionare, perfino quando si tratta di compiere azioni semplici, come un computer bloccato o 'impallato'.

A seriously curtailed life due to instinctive 'guarding' behavior, through avoiding situations/people that could cause further trauma or a trigger.
E' una vita seriamente limitata dal fatto che si sta istintivamente sempre 'in guardia', si evitano situazioni/persone che possono causare ulteriori traumi o rappresentare una causa scatenante.

Unbearable emotional pain, i.e.: debilitating depression, overwhelming, paralyzing anxiety, and terrifying rages that may induce fear of becoming like the abuser.
E' dolore emotivo insopportabile, ad esempio depressione debilitante, ansia irrefrenabile e paralizzante e scoppi di rabbia terrificanti che possono indurre il timore di diventare come l'abusante.

A sense of having no personal identity.
E' il senso di non avere un'identità personale.

Psychological and physical symptoms, such as an extreme Startle Reflex, Recurring Nightmares, Flashbacks, Phobias, and Disturbed Sleep Patterns.
Sono sintomi psicologici e fisici, come un estremo riflesso di allarme, incubi ricorrenti, flashbacks, fobie e disturbi del sonno.

PTSD is, in a nutshell, not being able to differentiate in your mind the past, present and future.
Il DPTS è, in sintesi, non essere in grado di distinguere nella propria mente il passato, il presente e il futuro.

In the present, people, situations, smells and noises merge and trigger into those things from the past.
Nel presente persone, situazioni, odori e rumori si mescolano e innescano situazioni del passato.

PTSD is being frozen and waiting for the sun to rise.
Il DPTS è essere congelati e in attesa del sorgere del sole.

Being stuck in a fog...  and sometimes even like sinking into a dark abyss.
Essere bloccati in una nebbia... e a volte persino come sprofondare in un abisso nero.



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lunedì 5 marzo 2012

Imparando L'Ottimismo... Una Conferenza Mondiale Tutta Per Noi!

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni su una lettura che sto facendo in questo periodo e che potrebbe interessarvi. Si tratta del libro di Martin Seligman, Imparare L'Ottimismo, di cui postai tempo fa il link all'interno del gruppo Facebook Figlie e Figli di Pazienti Psichiatrici - Children of Mentally Ill Parents Group. Mi sono resa conto che ho a volte la tendenza - probabilmente, anzi, quasi certamente, dovuta anche a ciò che ho vissuto in famiglia - a farmi prendere da uno sconforto 'cosmico' ogni qualvolta mi si presenta davanti un ostacolo o un evento negativo. Ad ogni intoppo o 'sconfitta' provo una forte sensazione di impotenza e inadeguatezza, vedo davanti a me scenari catastrofici, montagne enormi da scalare e mi coglie una stanchezza infinita e perdo lo slancio per iniziare la giornata. Vedo tutto nero e penso di aver sbagliato tutto e che non ce la farò mai. Questo può applicarsi anche alle relazioni interpersonali, quando una delusione mi scatena paure di 'abbandono' e sento rivivere in me l'antica ferita di essere stata 'tradita' nella fiducia e nelle aspettative. Spesso tutte queste sensazioni, che nei periodi più neri possono sfociare in uno stato depressivo, sono il frutto di 'lenti deformanti' che ci portano a replicare uno schema negativo che abbiamo conosciuto in passato. 


Se questo si può applicare in linea generale a coloro che hanno un atteggiamento pessimista, credo che possa calzare a perfezione anche al modo di interpretare la realtà di chi ha conosciuto l'impotenza essendosi trovato a dover fronteggiare la malattia mentale di una persona cara, inconsapevole della malattia. Si ha la netta sensazione che i propri sforzi non portino ad alcun cambiamento e questo può a lungo andare investire anche gli altri campi della nostra vita, dando luogo a quella fastidiosa sensazione di profondo sconforto e abbattimento che può a volte portarci all'incapacità di reagire durante i periodi peggiori, perché non riusciamo a vedere alcuna via di uscita. Nel suo libro Seligman spiega molto bene questi meccanismi di pensiero. La buona notizia è che possiamo invertire la tendenza perché non sono gli eventi in sé a provocare in noi questi stati d'animo - che causano insuccessi e sconfitte a loro volta -, ma il modo in cui ci spieghiamo gli eventi stessi. Cambiare il modo con cui attribuiamo cause e responsabilità degli eventi che ci capitano, migliora il nostro modo di reagire ad essi. Ridimensionare e restringere la portata di tali eventi fa sì che con pazienza e un po' di allenamento possiamo migliorare la nostra vita. Quindi, non un ottimismo cieco e poco realista, ma una maggiore obiettività che ci porti a evitare di sentirci completamente perduti e in balia delle negatività a causa - tra le altre cose - di una mancanza di autostima


Nel libro sono presenti degli utilissimi test per misurare il nostro livello di pessimismo e degli esempi su come cambiare il nostro stile esplicativo nella vita di tutti i giorni. Sembra a prima vista la scoperta dell'acqua calda, eppure è la prima volta che uno studio scientifico dimostra perché le persone 'ottimiste' hanno più successo e migliore qualità della vita e spiega come diventarlo. Mi ha colpito, tra tutti i capitoli, quello sulla salute, in cui si parla anche di cancro. Nel mio blog ricordo tempo fa di aver avuto uno scambio con altri lettori, anch'essi figli di pazienti psichiatrici, che avevano perduto come me l'altro genitore a causa di un tumore. E' un fatto che statisticamente ricorre piuttosto spesso nelle famiglie come le nostre. Probabilmente il dolore e il senso di impotenza che per anni si provano nel convivere con un familiare affetto da malattia mentale grave che rifiuta le cure, abbassano notevolmente lo 'stato vitale' e le difese immunitarie. Una ragione di più per concentrarci sulla prevenzione e su un'assistenza anche psicologica alle famiglie in cui insorgono problematiche di tipo psichiatrico. Non si capisce perché si parla tanto - e giustamente - di malati terminali e assistenza domiciliare a tutto campo in ambito oncologico, mentre per le malattie mentali tutto questo da noi è ancora un'utopia. 

A maggio in Canada ci sarà la prima conferenza mondiale interamente dedicata ai figli di pazienti psichiatrici (young carers) e alle loro famiglie: un'occasione preziosa per essere aggiornati sullo stato attuale degli studi internazionali sul tema e per sollevare ancora una volta l'argomento anche in Italia. Qui potete trovare la brochure completa di questo importante evento. Spero di riuscire a farne un buon resoconto. Piano piano, un passo alla volta, uscire dall'invisibilità. Insieme.



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venerdì 25 novembre 2011

Lieto Fine?

Mia madre aveva iniziato a dare segni di squilibrio gravi quando avevo all'incirca 15 anni. Ripensandoci, era sempre stata problematica, ma la malattia è venuta fuori soltanto dopo una serie di traumi molto pesanti e devo dire che mia mamma è stata fin troppo forte e molto a lungo, considerato tutto il dolore che ha incontrato nel suo percorso. Oggi sono convinta che, se al tempo in cui ha vissuto quei traumi fosse stata seguita, forse non saremmo arrivati al punto in cui siamo ora. Ma la prevenzione è spesso - lo è stata soprattutto in passato - un'utopia, purtroppo.


L'escalation era stata spaventosa e inesorabile. Come capita a molti, la persona che vive un disagio inizialmente ne attribuisce la causa al partner o ai parenti più prossimi (in parte non nego che molti traumi nel caso di mia madre fossero legati anche a problematiche di coppia, ma questi, purtroppo, inizialmente hanno fatto da schermo al vero problema che si era venuto a creare negli anni: la malattia psichica) e su di lui/lei/loro sfoga tutta la sua rabbia, che invece ha radici più profonde. Credo sia un meccanismo inconscio di autodifesa, lo stesso che spesso riscontriamo anche nei familiari della persona malata che non 'vedono' o 'non vogliono vedere' la malattia. Questo stato di negazione è uno dei maggiori ostacoli alla guarigione e al recupero. E' il nodo fondamentale che vorrei qui mettere in evidenza.


Empaticamente mi metto nei panni di mia madre e di coloro che sviluppano la malattia. E' un trauma ENORME dover fare i conti con il fatto che la propria mente non funziona più come prima e credo sia un dolore paragonabile a un lutto. E' la perdita di una parte di sé, del controllo sulla propria vita, sulle proprie emozioni. Credo che quindi si debba rivedere anche il modo in cui questa prima fase che porta dalla negazione all'accettazione e alla consapevolezza, che può purtroppo durare anche decenni, viene presa in carico. La persona che soffre, così come i suoi familiari, vanno presi per mano in un percorso difficile, irto di ostacoli ma non impossibile, che li porti verso una consapevolezza di malattia e mostri loro concrete prospettive di un recupero del tenore di vita, che sarà con molta probabilità diverso, ma non per questo meno dignitoso.


Nessun paziente psichiatrico e nessun familiare dovrebbe essere lasciato solo a scontrarsi con una malattia così subdola e spaventosa. Perché uscirne si può, anche se per anni ci sentiamo spesso ripetere che è impossibile. Ovviamente, ci tengo a ribadirlo, non si può generalizzare dato che ogni caso è a sé, ma è importante, se ve ne sono, mettere in luce anche i casi con risoluzione positiva, ricordando sempre e comunque che l'equilibrio è una conquista quotidiana e ci si muove su un terreno assai sdruccioloso. Vorrei ringraziare a questo proposito tutte quelle persone bipolari che hanno reso pubblica la loro acquisita consapevolezza di malattia attraverso il proprio blog. E' grazie a queste persone preziose se io, durante l'ultima crisi maniacale di mia madre, non ho gettato la spugna e ho tentato il tutto per tutto. Nel mio percorso, purtroppo, mi era sempre stato fatto credere che mia madre non avrebbe mai potuto rendersi conto del suo stato mentale, che la psicosi non si cura, si può solo tenere a bada con i farmaci, ma che la consapevolezza per pazienti come lei è impossibile. Quando mi sono trovata a leggere le testimonianze di pazienti bipolari consapevoli mi sono detta: perché loro sì e mia madre no? Cosa è mancato? Cosa è andato storto? Se ce l'hanno fatta loro, potrà farcela anche mia mamma! E così, durante l'ultimo ricovero avvenuto in seguito a un doloroso - per lei e per mio padre e me - TSO, approfittando del fatto che lei si trovasse in un ambiente protetto e con la malattia tenuta a bada dai farmaci, le ho parlato a viso aperto, ogni giorno un po' di più. Lì potevo farlo. Lei poteva arrabbiarsi, cambiare discorso, rifiutarsi di ascoltarmi, ma non poteva farmi del male, non poteva più sottomettermi, come a casa.


Le ho parlato con il cuore in mano, giorno dopo giorno, dopo giorno. Avevo paura, ma sentivo che era la mia ultima occasione. Non avrei più avuto la forza per reggere una nuova crisi... non volevo più vivere nel terrore e nell'angoscia. E non volevo rimorsi. Scappare senza voltarmi indietro non avevo - non ancora - voluto farlo, anche se sapevo che se questa occasione fosse andata perduta, sarebbe stato inevitabile. Avevo già dato più di quanto avessi da dare, a rischio della mia stessa vita. E così, per i circa due mesi in cui mamma è stata ricoverata ho seminato, prima lentamente, poi con sempre più convinzione, parlandole in modo diretto, empatico ma deciso, e dando finalmente un nome alla sua malattia. Lei mi ha confessato che era la prima volta che sentiva quella parola. Non stento a crederlo. Andando a rileggere tutte le vecchie cartelle cliniche che ero riuscita in quei giorni frenetici a recuperare non ho trovato traccia di un percorso psicologico abbinato ai farmaci. Niente. C'era sempre scritto: la paziente rifiuta di parlare dell'aspetto psicologico della sua malattia. E chi l'ha avuta in carico passava semplicemente OLTRE. Fortunatamente ci sono anche medici che hanno un diverso approccio, ma non sempre si ha la fortuna di incontrarli. Così non è stato per mia madre, per molti anni.


Io non sono un medico psichiatra e non intendo assolutamente sostituirmi a chi ha studiato per anni una branca della medicina molto complessa e delicata, ancora fitta di misteri, per molti versi, ma da figlia e da potenziale possibile paziente (e con questo intendo dire che potrebbe capitare a ognuno di noi e che è fondamentale non dimenticarlo affinché le cose migliorino sempre di più in questo campo) mi sono chiesta quante inutili sofferenze e rischi concreti ci sarebbero stati risparmiati se al tempo - come oggi è emerso da molti studi sull'argomento - si fossero unite la terapia farmacologica e un percorso psicologico che aiutasse paziente e familiari a prendere consapevolezza e ad accettare la malattia e le sue conseguenze, in modo da poterci convivere al meglio e collaborare, insieme, al benessere della persona e di tutto il nucleo familiare.


Mio padre, poco dopo l'uscita di mia madre dalla clinica anni fa, a causa dei problemi anche di ordine economico e pratico che si era trovato a dover affrontare da solo (la malattia aveva portato mia madre a chiedere e ottenere la separazione in tribunale, con l'affidamento mio a lei, dato che riusciva a nascondere molto bene la malattia all'esterno), uniti alla preoccupazione per me, sola in casa con una madre in stato di delirio, alla solitudine e all'isolamento in cui spesso famiglie con questo tipo di gravi problematiche piombano inesorabilmente, ha poi iniziato a soffrire anche lui di depressione. Ho rischiato di perderlo, se solo non fossi rientrata a casa sua in tempo, spinta da un forte istinto che in me gridava di affrettarmi. Anche in questo caso una prevenzione, un sostegno mirato, avrebbero evitato l'ennesimo - sfiorato - trauma. In tutto questo non c'è stato nessuno che abbia mai pensato di prendermi da una parte, parlare con me, spiegarmi, assistermi. Niente. Ho dovuto fare da sola. O con l'aiuto di persone vicine alla famiglia, ma senza alcuna competenza specifica. Non esiste - a quanto ne so io - nel nostro paese una specializzazione in questo senso.


Si deve, non mi stancherò mai di dirlo, cominciare a tener conto del fatto che i pazienti psichiatrici hanno dei figli, molto spesso. Mettiamo il caso che una persona che si trova in grave stato di delirio in mezzo alla strada venga ricoverata d'urgenza. Nessuno pensa che questa persona possa avere dei figli anche piccoli che restano improvvisamente soli. Io sono stata, per così dire, fortunata. Ero già adolescente e in grado di badare, per quanto possibile, a me stessa. Se avessi avuto cinque anni? Come avrei potuto fare? E sono tanti invece coloro che, meno fortunati di me, si sono trovati in circostanze gravi sin dalla tenera età. Per questo, sull'esempio di associazioni nate all'estero ad opera di figlie, oggi adulte, di pazienti psichiatrici, credo sia assolutamente innegabile l'urgenza di dare il mio contributo, per quanto mi è possibile, per seminare consapevolezza e squarciare questo velo di invisibilità in cui siamo lasciati da tanto, troppo tempo.


Oggi mia mamma assume di nuovo le medicine e fra noi possiamo parlare della malattia apertamente, per la prima volta dopo 16 anni, anche se condivido e rispetto la sua scelta di non parlarne al di fuori della famiglia, comprendo il fatto che ne provi vergogna e imbarazzo e cerco, per quanto possibile, di rassicurarla. Non mi illudo che duri in eterno questo nostro nuovo equilibrio raggiunto e non nego che tuttora persistono problemi di cui dobbiamo tenere conto, essendo io l'unica persona che si può prendere cura di lei, ma questo è il segnale che il LIETO FINE si può scrivere, ma solo se tutti i protagonisti della storia sono messi nelle condizioni di fare la propria parte. Le famiglie, da sole, non ce la possono fare. E se questo blog può servire, nel suo piccolo, a piantare dei piccoli semi di consapevolezza, sono felice di averlo aperto. E spero di avere la forza di portarlo avanti. Questa sofferenza non sarà stata inutile se, passando di qua, un figlio o una figlia, un marito, un padre, una madre si sentiranno meno soli e potranno ritrovare la speranza di potercela fare e il conforto di sapere che non sono gli unici, che ciò che provano (rabbia, sensi di colpa, disperazione) è comune a tutti coloro che vivono o hanno vissuto questo dramma.


Ringrazio di cuore, una volta ancora, tutti coloro che mi hanno scritto, in pubblico o in privato. Voi mi date la forza di continuare.




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