
Mia madre è bipolare. Finalmente riesco a dirlo. Non è facile per me parlarne. Per anni ho tentato di condurre un'esistenza normale, nonostante l'uragano che si è abbattuto su di me e la mia famiglia una quindicina di anni fa. Un'adolescenza sconvolta, spazzata via da un fulmine a ciel sereno che, in realtà, covava da tempo.
Mia madre è bipolare. E in più rifiuta le cure. Lei è convinta di star bene. Tipico della malattia, come ho scoperto in seguito. Ha subito due ricoveri e tre ricadute. Spesso in concomitanza con periodi di cambiamento cruciali per la mia vita. Sono figlia unica. E se è già dura convivere con una persona affetta da problemi psichiatrici, lo è ancora di più se questa persona è tua madre.
Difficile è parlarne con gli altri. Lo stigma ancora accompagna queste malattie. Si fa presto a venire additati - anche silenziosamente - come "la figlia della matta" o a diventare vittime di subdole e sciocche equazioni... In bilico tra chi ti consiglia di andartene lontano e di pensare alla tua vita e chi non si rende minimamente conto di cosa sia il disturbo bipolare.
Avevo quindici anni quando mia madre iniziò a delirare. Una donna brillante, bella, intelligente, severa ma amorevole, che di colpo si è trasformata in un mostro. Per salvarmi, non mi rimaneva che odiare. Ed è forse questa la parte della storia che più di tutte fa male. Perché, in fondo, è sempre mia madre. Lo era anche quando scaricava su di me un fiume di parole deliranti. Quando mi costringeva, seduta di fronte a lei, a concentrarmi per comunicare con la forza del pensiero. Quando le sue urla contro i vicini non mi facevano dormire la notte. Quando distruggeva i dischi, staccava il telefono, e mi isolava in casa con lei.
Ho creato questo blog non per farmi compatire, ma per il bisogno di esternare, di condividere, di elaborare. Perché di questa malattia si parla troppo poco e spesso si dimentica di farlo dalla parte dei familiari, coloro che vivono in trincea e subiscono, volenti o nolenti, le conseguenze di un dolore devastante e la lacerante alternanza delle fasi maniacali e depressive del bipolare.
Non è mia intenzione dare consigli da esperta a nessuno, né lanciare accuse contro il sistema sanitario nazionale, né mancare di rispetto alle persone affette da disturbo bipolare. La mia è solo una storia di vita, che ho deciso di raccontare spinta dal desiderio di non sentirmi più sola. So che siamo in tanti, là fuori, a soffrire in silenzio. Dignitosamente. Portando avanti le nostre vite, facendo di tutto perché siano il più possibile "normali". Ma ogni tanto la misura si colma, e tutto l'irrisolto viene fuori, il passato devastato da paura e impotenza, l'incertezza del futuro e la consapevolezza che si ama qualcuno che inconsapevolmente continuerà a farci soffrire. Qualcuno che vorremmo aiutare, ma che non possiamo aiutare, perché rifiuta il nostro aiuto.
Vorrei ringraziare Angela Grett, per avermi fatto sentire meno sola. Trovare il suo libro, My Mother’s Bipolar, So What Am I?, grazie alla rete, mi ha dato la forza di uscire dal mio guscio. Di vuotare finalmente il sacco. E di cercare altri Children Of Bipolar Parents (o CBP), per uscire dal silenzio e ritrovare un po' di coraggio.