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giovedì 21 gennaio 2010

Chi Pensa Ai Figli Dei Malati Psichiatrici?


Impotenza. Vergogna. Terrore. Instabilità. Solitudine. Ritrovarsi troppo presto a fare da genitore al proprio genitore. Essere in balia di sentimenti ed emozioni altalenanti, privati del calore di un contesto familiare sano. Sono solo alcune delle sensazioni che ho provato, in quanto figlia di una madre bipolare. Per lunghi anni, dall'insorgere lento e inesorabile della malattia, ho messo da parte le mie emozioni, costruendomi una corazza impenetrabile, per mascherare una forzata fragilità, per trovare in me il coraggio di cui necessitavo per sopravvivere. Per difendermi da quello che solo oggi riesco a chiamare col suo vero nome: TRAUMA


Per anni ho pensato: è mia madre a stare male, non io. È lei la persona fragile, da sostenere, da aiutare. Da amare. Nonostante l'aggressività e le cattiverie inconsapevoli e improvvise, gli scatti di rabbia, i deliri su Dio, sulle voci che le ordinavano di fare cose, di farmi fare cose, di dubitare di parenti e amici fino a tagliare tutti i ponti, fino all'isolamento. Nonostante il suo sguardo perso nel vuoto, le ore passate al buio senza mangiare, senza lavarsi, senza vestirsi. Le minacce di uccidersi con il gas, la proposta, un giorno, di morire insieme a lei.

Io, sola, a sedici anni, con mia madre in quello stato. Senza sapere cosa fare. 

Una malattia difficile da diagnosticare. Medici difficili da consultare, perché "la paziente deve venire da noi di sua volontà". Poi, finalmente, le fasi di "up" e l'apparente benessere, che traeva in inganno chi non viveva con lei sotto lo stesso tetto, per 24 ore su 24. Ma non noi.
Infine il tracollo, il suo lento lasciarsi morire, senza più mangiare. E l'intervento coatto, il famigerato TSO. Quel ricovero forzato, possibile per legge solo se il paziente rischia di mettere in pericolo se stesso o gli altri. Quando è forse già troppo tardi.

L'iniziale permanenza nel reparto SPDC dell'ospedale, poi il trasferimento in una clinica psichiatrica pubblica. Il recupero e, infine, il reintegro in famiglia. La cura? Qualche incontro mensile presso il CIM o DSM di zona con uno psichiatra per la prescrizione del farmaco.
Dopo pochi mesi, la ricaduta. Mia mamma si sente bene. Dice di essere guarita e interrompe la terapia farmacologica. L'incubo ricomincia. A niente servono le parole, mie e di mio padre. "Io sto benissimo". E le colpe del precedente ricovero vengono scaricate su mio padre, da cui aveva chiesto la separazione per colpe del passato. "Tu mi hai fatto ricoverare dicendo a tutti che sono pazza. La colpa è solo tua.". E la consapevolezza che mia madre non ha mai ammesso di essere malata. 

Il nuovo ricovero presso l'SPDC. Il ritorno a casa. Mia mamma ricomincia a prendere le medicine. Per circa sei anni tutto fila liscio. Un mese prima della mia laurea, mia madre "guarisce". Ma non lo dice a nessuno. Non ci vuole molto prima che ce ne accorgiamo. Le sue pupille non mentono. Né i suoi discorsi. Né il veleno contro di noi, che ricomincia a fluire, incontrollato. Frugo nella pattumiera... Avvolte in decine di fogli di giornale ci sono tutte le confezioni delle sue medicine. Inutile tentare di farla ragionare, di invitarla a fare di tutto per star bene, perché lei "sta bene", "siete voi che state male!". Inutile ricordarle le sofferenze passate, sia da lei che da tutti noi, perché lei non le ricorda. Tutto il suo soffrire lo imputa a mio padre e ai suoi comportamenti sbagliati. Non c'è, secondo lei, nessuna malattia. Nonostante le cartelle cliniche e le ricette mediche.

Io amo mia madre. Ma lei non è più come prima. Lei non vuole il mio aiuto. Lei non ascolta nessuno. E soffriamo tutti, anche se non siamo noi i bipolari. Nessuna colpa, nessuna accusa. Solo un immenso, reale dolore. Reso ancora più insopportabile dall'impotenza. 

Cercando in rete in varie lingue le parole "madre" e "bipolare", nei giorni scorsi sono incappata in appelli che avrei potuto benissimo scrivere io. Storie identiche alla mia, dal Cile, alla Francia, dalla Spagna all'Australia, dagli Stati Uniti all'Olanda. Un unico, disperato, appello. "Mia madre sta male, ma non vuole curarsi. E le sue crisi ci stanno lentamente annientando...". Tante le risposte, una primeggia su tutte: "non ti resta che la fuga". E gli altrettanti accorati successivi appelli: "aiutatemi, non voglio abbandonare mia madre, ma non riesco più a vivere così!". Ragazze di 14, 19, 26 anni. Spesso con padri dal carattere meno forte rispetto a quello della propria moglie, che non riescono da soli a fronteggiare una malattia subdola, che nelle sue fasi più avanzate implica l'incapacità del malato di esserne egli stesso consapevole. 

Scopro con terrore di stare pagando oggi tanti anni di dolore, sempre represso, ignorato. Un dolore che, però, non si è affatto sopito, dal momento che il problema è ben lontano dall'essere risolto. E se si prova a chiedere aiuto, spesso ci si sente ripetere: "non sei tu a stare male, ma tua madre". Già, peccato che invece ora non sto più bene nemmeno io. E almeno un elemento forte nella famiglia ci deve essere, altrimenti tutta l'impalcatura dove può appoggiarsi?
Da qui a constatare che non c'è alcuna attenzione verso di noi, i figli dei pazienti psichiatrici, il passo è breve. Soltanto nei paesi di lingua anglosassone si è cominciato, da qualche anno, a porre attenzione a coloro che, fin da bambini, si trovano ad affrontare la malattia mentale di uno o di entrambi i genitori. Un argomento che è dannosamente e pericolosamente sottovalutato, quando non addirittura ignorato o sminuito.

L'intento di questo blog, perciò, non sarà semplicemente quello di ospitare il mio sfogo personale, l'auspicio è piuttosto quello di diventare un punto di raccolta di informazioni sul tema. Un luogo per diffondere notizie e nozioni utili per accrescere l'attenzione sulla parte della famiglia che può ancora essere salvata, che ha diritto a superare il trauma e a poter costruire un avvenire sereno per sé e per la propria famiglia futura. Questo blog vuole anche essere uno spazio di aggregazione per tutti coloro che si riconoscono in queste righe, che si sentono soli e incapaci di parlare. Per me è ancora oggi molto difficile ammettere che mia madre soffre di disturbo bipolare. Ma se sono impotente davanti a mia madre e al suo rifiuto di curarsi, non lo sono verso me stessa e il mio diritto di rialzare la testa e ricostruire me stessa, pezzetto dopo pezzetto.

Nei prossimi giorni pubblicherò una prima parte del materiale che ho trovato in rete sui figli dei malati psichiatrici, in modo che possiate venirne a conoscenza e, perché no, magari esprimere la vostra opinione in merito.

Vi saluto con affetto,
Electric Ladyland.

domenica 17 gennaio 2010

Mia Madre È Bipolare. Finalmente Riesco A Dirlo.


Mia madre è bipolare. Finalmente riesco a dirlo. Non è facile per me parlarne. Per anni ho tentato di condurre un'esistenza normale, nonostante l'uragano che si è abbattuto su di me e la mia famiglia una quindicina di anni fa. Un'adolescenza sconvolta, spazzata via da un fulmine a ciel sereno che, in realtà, covava da tempo.


Mia madre è bipolare. E in più rifiuta le cure. Lei è convinta di star bene. Tipico della malattia, come ho scoperto in seguito. Ha subito due ricoveri e tre ricadute. Spesso in concomitanza con periodi di cambiamento cruciali per la mia vita. Sono figlia unica. E se è già dura convivere con una persona affetta da problemi psichiatrici, lo è ancora di più se questa persona è tua madre.


Difficile è parlarne con gli altri. Lo stigma ancora accompagna queste malattie. Si fa presto a venire additati - anche silenziosamente - come "la figlia della matta" o a diventare vittime di subdole e sciocche equazioni... In bilico tra chi ti consiglia di andartene lontano e di pensare alla tua vita e chi non si rende minimamente conto di cosa sia il disturbo bipolare.


Avevo quindici anni quando mia madre iniziò a delirare. Una donna brillante, bella, intelligente, severa ma amorevole, che di colpo si è trasformata in un mostro. Per salvarmi, non mi rimaneva che odiare. Ed è forse questa la parte della storia che più di tutte fa male. Perché, in fondo, è sempre mia madre. Lo era anche quando scaricava su di me un fiume di parole deliranti. Quando mi costringeva, seduta di fronte a lei, a concentrarmi per comunicare con la forza del pensiero. Quando le sue urla contro i vicini non mi facevano dormire la notte. Quando distruggeva i dischi, staccava il telefono, e mi isolava in casa con lei.


Ho creato questo blog non per farmi compatire, ma per il bisogno di esternare, di condividere, di elaborare. Perché di questa malattia si parla troppo poco e spesso si dimentica di farlo dalla parte dei familiari, coloro che vivono in trincea e subiscono, volenti o nolenti, le conseguenze di un dolore devastante e la lacerante alternanza delle fasi maniacali e depressive del bipolare.


Non è mia intenzione dare consigli da esperta a nessuno, né lanciare accuse contro il sistema sanitario nazionale, né mancare di rispetto alle persone affette da disturbo bipolare. La mia è solo una storia di vita, che ho deciso di raccontare spinta dal desiderio di non sentirmi più sola. So che siamo in tanti, là fuori, a soffrire in silenzio. Dignitosamente. Portando avanti le nostre vite, facendo di tutto perché siano il più possibile "normali". Ma ogni tanto la misura si colma, e tutto l'irrisolto viene fuori, il passato devastato da paura e impotenza, l'incertezza del futuro e la consapevolezza che si ama qualcuno che inconsapevolmente continuerà a farci soffrire. Qualcuno che vorremmo aiutare, ma che non possiamo aiutare, perché rifiuta il nostro aiuto.


Vorrei ringraziare Angela Grett, per avermi fatto sentire meno sola. Trovare il suo libro, My Mother’s Bipolar, So What Am I?, grazie alla rete, mi ha dato la forza di uscire dal mio guscio. Di vuotare finalmente il sacco. E di cercare altri Children Of Bipolar Parents (o CBP), per uscire dal silenzio e ritrovare un po' di coraggio.

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